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ACANTO


3/6/2010- In botanica se esiste "l'ontano" può starci benissimo anche "l'acanto". (prima battuta scema di giugno)

Narra una leggenda greca che la nutrice di una fanciulla corinzia morta precocemente aveva deposto sulla tomba una cesta con i suoi oggetti più amati, adottando la precauzione di ricoprirla con una tegola quadrata per nasconderli e anche per prevenire furti. Una primavera l'architetto Callimaco, che passava da quelle parti, vide la tegola sollevata da un cespo armonioso di foglie d'acanto cresciute sul sepolcro, quasi a simboleggiare l'Immortalità della fanciulla, la sua metamorfosi in pianta secondo un tòpos greco.
La visione gli ispirò l'idea del càlato del capitello corinzio, decorato dalle grandi foglie oblunghe e profondamente incise di questa pianta.

Probabilmente l'acanto dello stile corinzio era l'Acanthus spinosus o spinosissimus, tipico dell'Europa orientale, con la spiga spinosa di brattee porporachiaro, lunga almeno una quarantina di centimetri, che in luglio è molto vistosa, mentre da noi cresce la varietà mollis dal colore più tenero.
Le foglie di acanto furono adottate anche nell'architettura cristiana, nei capitelli gallo-romani e nei monumenti sepolcrali, per simboleggiare la Resurrezione: simbolismo evidentissimo nell'arte romanica perchè l'ordine corinzio era usato soprattutto per i capitelli nel coro di una chiesa, dove si custodivano le reliquie dei santi ai quali era ed è promessa la Resurrezione, spesso con un numero simbolico delle foglie o delle gemme floreali.

Giovanni Pascoli cantò non le foglie, ma il bianco fiore d'acanto strinato di porpora nella omonima poesia di Myricae che comincia con questi versi:

Fiore di carta rigida, dentato
i petali di fini aghi, che snello
sorgi dal cespo,
come un serpe alato da un capitello;
Fiore che ringhi dai diritti scapi
con bocche tue di piccoli ippogrifi;
fior del Poeta!

La leggenda di Acanto non appartiene alla Grecia arcaica ma è un personaggio tardo.
Acanto era una ninfa ed esistono altre due versioni della leggenda che narra le vicende di questa creatura.
Una prima la vedrebbe come una ninfa amata da Elio, il Sole. Quando la ninfa morì fu trasformata in fiore, che porta appunto il suo nome, e che ama in modo particolare la luce del sole.
La seconda leggenda narra che la ninfa attirò su di se le attenzioni del dio Apollo, questo cercò di rapirla e Acanto in un atto di difesa lo graffiò sul viso. Il dio della luceper vendicarsi di questo affronto, la trasformò in una pianta coperta di spine e amante della luce del sole.

La mitologia greca, come anche quella di molte altre civiltà, non è mai chiara. Non sempre è possibile avere delle notizie certe su un dato personaggio, ma questo non impedisce a noi, uomini moderni, di capire le tradizioni del passato.
Per una strana, misteriosa affinità, l’Acantus mollis forma larghe macchie verdi e fiorite nei siti archeologici, fra templi e antichi selciati, realizzando immagini di assoluta bellezza e di particolare armonia. Poche specie, infatti, come l’acanto, possono vantare un aspetto così “classico”, una linea così aderente ai canoni estetici delle costruzioni elleniche.
Sul promontorio di Cosa, vicino ad Ansedonia, vi è una distesa immensa di acanto che ben si integra con le rovine della misterosa città.
Conosco un’altra leggenda, ma non ricordo più da dove provenga, che mi sembra più attinente al disegno dei capitelli corinzi.
Una madre perse il proprio giovane figlio che cercò di seppellire in un terreno sassoso, vicino ad un tempio, dove vi erano numerose piante di acanto.
La paura però che le bestie notturne scavassero il tumulo e profanassero il corpo, le fece pregare gli dei che trovassero un modo di proteggere l’amato figlio.
Le foglie delle piante vicine alla tomba si trasformarono miracolosamente in marmo e così le vide Callimaco, con lo stesso seguito delle altre leggende.
 
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