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LA BATTIGIA
di Trilussa



3/5/2009- FOLLIA TRE
Dean Catic aveva solo17 anni. Non era un ragazzo propriamente “per bene” come si dice di solito quando ti intervista la televisione. Dean frequentava infatti quel gruppetto che a Varese tutti conoscevano....


FOLLIA TRE



Dean Catic aveva solo17 anni.

Non era un ragazzo propriamente “per bene” come si dice di solito quando ti intervista la televisione. Dean frequentava infatti quel gruppetto che a Varese tutti conoscevano come persone fra cui girasse un po’ di roba, un giro non troppo pulito, in cui Dean si vedeva con alcuni amici italiani poco più grandi di lui, 19 e 20 anni.

Nel bar accanto alla chiesa però lunedì sera succede qualcosa, un contrasto, non sappiamo.

Gli “amici” cominciano a questionare, i toni si alzano e verso mezzanotte salgono tutti e tre in macchina e si dirigono una zona appartata della città. Qui uno dei due italiani tira fuori un coltello e comincia a colpire Dean il quale, sia pur ferito, tenta la fuga. Viene raggiunto da altre coltellate alla schiena e cade finalmente a terra. I due lo avvolgono, forse in un telo di plastica, e lo portano nel garage di uno dei due credendolo morto. Ma Dean è giovane, forse svenuto e coperto di sangue con tantissime ferite per tutto il corpo ma nessuna di queste ancora mortale. E’ inaspettatamente e incredibilmente ancora vivo. Sorpresi, i due assassini allora gli sfondano il cranio a picconate, maciullandolo.

Solo a questo punto lo sotterrano nell’orto, dove poi viene ritrovato dalla polizia.

Questa storia sembra uscita da un film di Tarantino o peggio ancora dell’orrore, ma per alcuni particolari appare veramente inquietante.

Intanto se analizziamo il comportamenti dei tre ragazzi l’unico con qualche scusante, non certo sufficiente per una assoluzione, è proprio il ragazzo ucciso. E’ prima di tutto straniero e quindi con maggiori difficoltà di inserimento, di educazione, di possibilità di trovare altre strade, sicuramente migliori, per crearsi una vita nel nostro paese. E poi l’età: 17 anni, poco più che un bambino, un “ragazzotto” come diremmo noi toscani.

Non è che gli altri abbiano molto di più, 19 e 20 anni ma sono entrambi italiani con alle spalle una storia che possiamo immaginarci però assai diversa. Una famiglia che lavora, con dei genitori che forniscono il mantenimento, con una scuola almeno dell’obbligo fino a 14 anni, con una società abbastanza protettiva fino ai 18 anni. Ebbene? Che attenuanti possiamo trovare per questi due? Chi ha insegnato a costoro, o meglio chi non ha insegnato, il valore della vita umana? Come hanno fatto a diventare dei mostri, la parola più corretta per indicare il loro comportamento criminale? I loro genitori non si sono accorti della loro devianza, non hanno saputo valutare i loro valori distorti, non hanno saputo, voluto o potuto intervenire?

Che prodotto sono della nostra società?

Si sentono spesso parole aspre contro gli immigrati (ora divenuti migranti, ma sono sempre i soliti disgraziati) che almeno portano con sé la speranza di una vita diversa e forse migliore. Fra loro ci sono dei delinquenti, certamente come in tutti i popoli, e vanno respinti, ma ci sono anche tante persone per bene e non è possibile né giusto giudicare ad occhio un popolo per il colore della pelle o per i tratti somatici.

Questi due delinquenti sono invece italiani, il frutto amaro e recente della nostra società!

Sono i soli, o almeno i pochi? Purtroppo ho i miei dubbi. L’azione scellerata di questi due fa il filo con l’immigrato bruciato sulla panchina, il barbone ucciso nel parco, i quotidiani episodi di violenza metropolitana che passano sui quotidiani ogni giorno per finire infine con le esibizioni francamente e spudoratamente razziste che avvengono negli stadi.

Poi ci sono soprattutto i particolari che spaventano e che fanno riflettere.

Sono le stesse dichiarazioni degli assassini. “Sai, era proprio duro, non voleva morire!” dice uno dei due. Come se fosse stato un pollo, un’anatra e non una persona, un essere umano. Come fosse un videogioco, di cui uno dei due era appassionato, come un mostro alieno da eliminare, o un nemico da abbattere pigiando il pulsante.

Si stupiscono che dopo tutte quelle coltellate il ragazzo fosse ancora vivo tanto che sono costretti a prendere un piccone in garage e a finirlo sfondandogli il cranio a picconate. Poi lavano l’auto per far scomparire il sangue, sotterrano il ragazzo nell’orto di casa e, a contorno della messa in scena e come un macabro rituale, l’assassino pianta dei fiori sulla terra smossa sopra il corpo. Per sviare i sospetti.

Fanno però l’errore di tornare sul luogo del delitto a recuperare alcuni oggetti, forse anche qualcuno ha visto e ha riferito, e vengono subito identificati.

Non sono certo delinquenti abituali, sono poco più che ragazzi, non hanno “gli avvocati” a proteggerli. Si impappinano, si contraddicono e confessano subito il delitto.

Vengono tratti in arresto ed uno dei due chiede al poliziotto che li accompagna in prigione “ma con quello che ho fatto, poi, posso entrare nell’Esercito?”.

Sono figli nostri, nati dalle nostre famiglie, prodotti dalla nostra società, educati dalla nostra scuola, seguiti dai nostri servizi sociali e questi sono i principi che abbiamo dato loro!

Sembrano figli di nessuno, schegge impazzite, rifiuti umani, disadattati sociali, e sarebbe bello fosse così. Sarebbero l’eccezione. Ma purtroppo ogni giorno compaiono sempre nuovi episodi, al nord come al sud. Questi erano di Varese ma ricordo la ragazzina uccisa in un paesino del meridione da tre coetanei perché li minacciava dicendo essere incinta di uno di loro. Anche lei uccisa, come un animale, senza pudore, senza vergogna, senza niente!

Bisognerebbe fermarsi un po’ a riflettere su questo e lo dovrebbero fare soprattutto i nostri governanti, troppo spesso indaffarati in questioni che solo apparentemente sono più importanti.

Che cosa c’è infatti di più importante della formazione civile di un popolo? Della sua educazione ai valori fondamentali della persona, del rispetto di se stessi e degli altri, della normale dialettica fra opposti, del rispetto assoluto della vita umana.

Alcuni valori possono differenziare le posizioni politiche, le valutazioni personali, possono esistere diverse sensibilità nei confronti dei vari problemi siano essi ambientali o religiosi o di natura etica
ma sul rispetto e il valore della vita umana non ci può esser che accordo pieno e totale.

Quando questi fatti mettono in crisi questa certezza la cosa cessa di essere un puro fatto di cronaca per diventare invece e purtroppo una grave emergenza nazionale.

Trilussa
 
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