Un paese che amo, il paese della mia mamma.Anche ora quando vado a RIPAFRATTA sono la figlia della "Cocca".
Un paese con una storia importante che conserva vestigia di grande rilievo.
Un paese rimasto inalterato nel tempo, non ci sono insediamenti nuovi, potrebbe essere il set di film d'epoca perché anche le case, le facciate conservano la patina del tempo.Un paese che è ancora comunità.
Da qualche giorno nel nostro linguaggio quotidiano è entrato, con prepotenza mediatica, il termine “cerchio magico” . Ma cosa è il “cerchio magico” ? Chi sono i cerchisti magici ?
Il termine in questione, risale agli antichi babilonesi, ma se ne trova traccia molto frequente nel periodo medioevale dei maghi e delle streghe.
Si tratta di un cerchio immaginario che racchiude al suo interno energie sublimi, esseri superiori e potenti, lasciando fuori di esso le miserie della vita degli uomini comuni.
Dentro questo cerchio magico, dove si è protetti dal potere divino, si prendono decisioni e si scelgono strategie di azione, insomma un vero centro direzionale di potere.
Il simbolo del cerchio rappresenta la pienezza , la continuità e la ciclicità. il cerchio viene considerato un simbolo di pienezza dell'individuo e l'archetipo dell' "io", che si distingue dalla misera debolezza del “noi”.
I “cerchisti magici” , sono gli individui, che come i maghi ciarlatani e le streghe cattive dell’età medioevale, esaltano il proprio “io” acquisendo i poteri conferiti dal privilegio di vivere nel circolo magico. Insomma l’arroganza dell’ ”io” contro l’impotenza del “noi”. Il cerchio magico è un modus vivendi di concepire l’esistenza ed è anche un sistema di “governo” molto diffuso nel nostro Paese. ( L. Ficara)
Da un po' di tempo le metafore si sprecano, le più recenti sono quella della Concordia e del suo capitano che l'abbandona, adesso questa del cerchio magico.
Questa mi evoca immagini non solo politiche, ma anche quotidiane. Ognuno di noi conosce qualche cerchio magico, lo ha vissuto, ci si è scontrato. Ce ne sono molti in giro, forse ne abbiamo anche uno personale, familiare. Ognuno di noi chiude un po', fa quadrato intorno alle persone care.
Giusto, a volte necessario.
Ma i cerchi che mi vengono in mente fanno proprio riferimento a questa continua contrapposizione tra l'io e il noi.
Un io, anzi un ego alimentato continuamente, mai sazio, che chiede sempre di più.
Un io solitario, sempre in corsa, che guarda con diffidenza l'altro, perchè potrebbe portargli via l'occasione che sta aspettando, un io che va giù dritto senza guardare in faccia a nessuno, che non fa sconti.
Un io quotidiano che incontriamo nei posti di lavoro, nei vari luoghi che frequentiamo nel nostro tempo libero.
Un io che ha bisogno che gli altri lo adulino, gli permettano di stare nel proprio teatrino.
Un io sempre più miope e sordo, che sa meglio urlare che parlare. Un io che è indifferentemente maschile o femminile, ammetto che questa la scrivo con sofferenza, ma l'io femminile non sta dimostrando maggiore attitudine nel mattere in pratica atteggiamenti di solidarietà, di condivisione, di collaborazione e di mediazione.
Un io diviso dall'altro, a volte anche poco comunicante con il sé profondo, e infatti rischiamo sempre più frequentemente, malattie da stress. Un io che fa fatica a gettare lo sguardo oltre le proprie scarpe, che pensa che tutto ciò sia legittimo.
Un io che pretende molto per se stesso e molto poco da se stesso.
Credo che si dimentichi che l'io senza gli altri non può esistere, con gli altri ci dobbiamo fare i conti, e quante energie e risorse sprechiamo nell'affermarci a discapito degli altri, per affermare la differenza. Non l'abbiamo esaltata troppo il valore della differenza? E l'uguaglianza? Dove è finita questa parola? Non ha più valore? Però dimentichiamo che è nel gioco della differenza e uguaglianza che ci definiamo.
Io, io, io e il noi?
Quando proveremo a costruirlo, a dargli voce? Il noi a differenza dell'io si soddisfa e soddisfa, si autoalimenta e alimenta la speranza del futuro, la sua visione, appassiona e sa di buono, cresce con un movimento a spirale, cresce poggiando su quello che è stato costruito, ha bisogno di un passato per guardare al futuro, fa tesoro degli errori, non li nasconde. Il noi è la relazione che i tanti io riescono a tessere. E anche qui arriva un'altra metafora: tessere, ma noi neanche sappiamo più cucire o rammendare, tutte azioni che hanno a che fare col tenere insieme, noi siamo più abili a strappare, purtroppo.
C'è un dialogo tra Marco Polo e il Gran Kan che racconta bene tutto questo, un dialogo che evoca concetti che nessuno dei due interlocutori possiede, che vengono messi in luce in virtù del potenziamento, come effetto del loro relazionarsi, e il risultato diventa maggiore della somma dei dati che loro hanno a disposizioni singolarmente.
Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
- Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? - chiede Kublai Kan.
- Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, - risponde Marco,
- ma della linea dell'arco che esse formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge : - Perché mi parli delle pietre? È solo dell'arco che m'importa.
Polo risponde : - Senza pietre non c'è arco.
( Le città invisibili, I.Calvino)