Un paese che amo, il paese della mia mamma.Anche ora quando vado a RIPAFRATTA sono la figlia della "Cocca".
Un paese con una storia importante che conserva vestigia di grande rilievo.
Un paese rimasto inalterato nel tempo, non ci sono insediamenti nuovi, potrebbe essere il set di film d'epoca perché anche le case, le facciate conservano la patina del tempo.Un paese che è ancora comunità.
Ci sono andato anche quest'anno al camposanto. Nel giorno del primo novembre, come ho sempre fatto. Come facevo quando mi ci portavano il mio babbo e la mia mamma, in quei giorni di tramontana gelata che bisognava avere i vestiti pesi.
Fu un primo novembre che incignai il cappotto verde. Incignai è una parola grossa perché era quello di mio fratello, risistemato dalla signora Cini, la sarta di Via Milazzo a Marina. E qualche anno dopo il Montgomery, che me l'avevano comprato troppo grande e io lo misi lo stesso, e lo tenni anche fino a tutte le feste, fino al 5, e poi mamma lo riportò dal Saviozzi e se lo fece cambiare.
Il giorno dei morti al camposanato si ritrovavano tutti: gente che non si vedeva da un anno, a chiacchierare di chi era morto, e poi anche di chi stava male.
Mi ghiacciavano i piedi, ballicchiavo, ma aspettavo diligentemente che fosse tutto finito. Baci su tutte le fotografie, sulle lapidi, baci alla zia che non conoscevo e che diceva alla mia mamma“Come è bello, che bel bimbo”. Baci a zio Progresso che di nascosto mi dava cinquanta lire.
Quest'anno sono arrivato da solo, in macchina, che non erano ancora le dieci.
C'era poca gente.
C'era un sole che pareva giugno, e io avevo una maglia a maniche corte.
Non ho trovato nessuno che conoscevo.
Mi ha salutato uno, più giovane di me, che aveva le ciabatte di gomma.
Ho pensato che il giorno prima era Halloween.
Il lungomare era invaso da migliaia di persone, frotte di bambini mascherati, scheletri, morti viventi che giocavano a mettere paura.
Leggo di filosofi e sociologhi che spiegano come la modernità giochi a rimuovere la morte, a esorcizzarla, dimenticandola, espungendola dalla vita. Si dice che non pensare alla morte, imporsi di farlo, sia un modo per controllare la paura che ne abbiamo. La morte, allora, pare un nemico che ci terrorizza e contro il quale niente possiamo; e se siamo impotenti a governarla, allora facciamo finta che non ci sia.
Torna tutto, è probabilmente tutto vero.
Siamo talmente convinti di essere nel giusto in questa nuova convinzione, che pare abbiamo convinto anche il Padre Eterno.
Così ai funerali non ci chiede più di pregare, ma di applaudire. E per i giorni dei morti ci fa andare in giro con le infradito e il cappellino da spiaggia.