Un paese che amo, il paese della mia mamma.Anche ora quando vado a RIPAFRATTA sono la figlia della "Cocca".
Un paese con una storia importante che conserva vestigia di grande rilievo.
Un paese rimasto inalterato nel tempo, non ci sono insediamenti nuovi, potrebbe essere il set di film d'epoca perché anche le case, le facciate conservano la patina del tempo.Un paese che è ancora comunità.
"Quando costruivo la Chiesa di Longarone, sotto la diga del Vajont, ad un certo momento la popolazione e gli operai del cantiere cominciarono a venirmi incontro come amici, perché lentamente vedevano nascere una cosa che non si aspettavano ma che sentivano di poter capire e poter amare. Mentre si andava delineando qualcosa il cui significato era comprensibile da tutti, vedevo che gli abitanti si stringevano intorno a quell’edificio e fui molto emozionato perché gli operai del cantiere eseguivano per conto proprio delle opere...
Una meraviglia è l’involucro di una scala a chiocciola. Li doveva venire il campanile, ma io convinsi il sacerdote a non fare il campanile poiché la chiesa stessa poteva trasmettere nella valle il senso del suono delle campane. Ma, come fare a plasmare un guscio intorno a quella scala? Chiamai gli operai e chiesi se c’era qualcuno di loro disponibile a ideare e realizzare quell’opera, tenendo conto che quel guscio doveva essere costruito senza un mio progetto. Si fece avanti un operaio friulano. Come suo padre aveva intrecciato per una vita i giunchi delle gerle che i contadini portano in spalla., così lui fu capace di modellare, con pazienza e maestria, le tavole di legno per lo stampo nel quale gettare poi il cemento. Venne fuori una cosa meravigliosa, una chiocciola, un guscio di lumaca che usciva dal terreno e saliva in alto; una cosa che io, architetto, non sarei stato capace di ideare e di fare".
Questo un breve racconto che il grande Architetto Giovanni Michelucci scrisse in un libricino: “Dove si incontrano gli angeli”, edito da Bandecchi e Vivaldi nel 2006 a cura di Giuseppe Cecconi.
Michelucci non accenna al fatto che la “sua” chiesa l’ha costruita nel 1975 sulle rovine di quella distrutta nel 1963.
Facciamo un passo indietro ora e ritorniamo a quel maledetto momento di quell’anno. Due giorni dopo, l’undici, accompagnai mio cugino a Trieste dove faceva servizio militare in marina. Ne approfittai per andare a vedere i luoghi della tragedia. Con me venne anche l’amico Roberto Petri (Pippo), ambedue armati di primitive cineprese. Arrivati a Belluno fummo caricati su camion militari e portati fra le rovine. Una cosa terribile, un odore di morte, tende bianche per i soldati e bianche coperte per le salme, una desolazione totale, una biblioteca sventrata con i libri sparsi dappertutto, i binari della ferrovia accartocciati come nastri, macerie che nemmeno una guerra avrebbe fatto e…il campanile della chiesa ancora in piedi.
Oggi, incredibile coincidenza, ho trovato il libro di Michelucci, ho letto, ho ricercato il filmino (orrendo) che girai e dal quale ho estrapolato alcuni fermo immagine e mi unisco al popolo di Longarone quando questa sera, alle 22,39, l’ora in cui avvenne la tragedia, si terrà un minuto di silenzio in ricordo delle vittime.