Un paese che amo, il paese della mia mamma.Anche ora quando vado a RIPAFRATTA sono la figlia della "Cocca".
Un paese con una storia importante che conserva vestigia di grande rilievo.
Un paese rimasto inalterato nel tempo, non ci sono insediamenti nuovi, potrebbe essere il set di film d'epoca perché anche le case, le facciate conservano la patina del tempo.Un paese che è ancora comunità.
Un arco temporale che sembra davvero lo sconfinato letargo di un rettile, che all’improvviso riappare mentre si esplorano le regioni più recondite dei boschi, che lo temono e comunque lo nascondono.
Nel cuore più impenetrabile del bosco avvolge le sue spire la strangolatrice di alberi. A seguirne i viluppi si rischiano le vertigini, all’apice della sua crescita infatti questa elusiva e serpentesca creatura raggiunge e supera i dieci metri, espandendosi di tronco in tronco, soffocandoli fino a spezzarli.
La studiò per primo Dioscoride Pedanio, figura non meno misteriosa della stessa pianta, nato in Asia sotto l’impero di Caligola (intorno al 30 d.C.)..Viaggia di città in città, curando i pazienti con le erbe che incontra e studia lungo il suo cammino, e intanto redige il proprio erbario, il De Materia Medica.
Nei suoi appunti la chiama Apocino e così rimane descritta per secoli (e secoli e secoli e secoli) tra le pagine del suo erbario:
“Simile alle serpi, ripiena di un succo candido oppure giallo in grado di uccidere uomini, cani e pantere”.
Dioscoride non può saperlo, ma gli Etruschi ricavavano dalle sue radici un additivo per niente letale e invece allucinatorio, destinato ai sacerdoti del culto di Vanth, dea etrusca degli Inferi.
Luca Ghini, già medico personale di Cosimo I, sarà il fondatore nel 1545 dell’Orto Botanico di Firenze, nel mezzo dei traffici incontra un monaco, da poco rientrato dalla Siria ottomana, che gli mostra due baccelli gonfi di semi, di una pianta sconosciuta. Unico indizio, annodato ai baccelli, è un foglietto col nome Pianta Repens
(serpeggiante).
Per Ghini, che intanto questi semi li ha piantati nel suo giardino, quel nome rimane indecifrabile finché la pianta non si rivela. Annota allora nei suoi appunti:
“Dai semi nasceva una pianta che, se fosse stata tenuta da sostegni, avrebbe potuto risalire un’altissima torre”.
Eccola la pianta di milioni di anni, la "peri" = intorno e ”ploké” = intreccio, la pianta che è sopravvissuta ai dinosauri nel terziario (circa 65 milioni di anni fa) e che ora mi strangola un leccio e una rosa, rampicante anche lei!
Si parla della periploca greca, pianta lianosa e conosciuta qui nel parco che, oltre ai suoi nomignoli: apocino serpeggiante, boia degli alberi, erba del Signore, periploca maggiore, c’è quello toscano(!) topa per la forma dei suoi baccelli che, a differenza delle leguminose che si aprono a V rimanendo attaccate al peduncolo, la nostra si apre come una O schiacciata mostrando all’interno () una peluria.
Il bello è che il nome lo ha dato uno scotitore di pine di Torredellago e il botanico lo ha passato in internet!