Un paese che amo, il paese della mia mamma.Anche ora quando vado a RIPAFRATTA sono la figlia della "Cocca".
Un paese con una storia importante che conserva vestigia di grande rilievo.
Un paese rimasto inalterato nel tempo, non ci sono insediamenti nuovi, potrebbe essere il set di film d'epoca perché anche le case, le facciate conservano la patina del tempo.Un paese che è ancora comunità.
Sono diversi anni che cerco di sapere che tipo di “fungo” (?) sia questo aggeggio che non somiglia nessun prodotto del bosco con il suo fusto duro, la pelle polverosa, nessun odore particolare e le diverse forme che hanno i rari esemplari che si trovano di questi tempi in aree soleggiate, su terreni aridi o sabbiosi, ai margini delle strade, nelle dune, negli incolti.
Ho scritto a diverse associazioni micologiche che non si son degnate di rispondermi finché un’amica di Pievepelago, grande conoscitrice di funghi, mi ha trovato il nome.
È un fungo, spunta dalla terra e infatti è detto “tartufo di Boemia” ed ha il curioso nome di Pisolithus arhizus, è un Gasteromicete semi-ipogeo della famiglia delle Sclerodermataceae.
Il nome deriva da pisos = pisello, lithus = pietra e dall'epiteto "arhizon": "a"= senza, e dal greco "rhiza"= radice, senza radice.
Sembra anche che sia l’unica specie di questo genere presente in Italia. Devo dissentire dal “senza radice” perché sotto terra il fungo si dirama in diverse parti rizomorfe. I sopradetti “piselli” sono corpuscoli chiari che si trovano nelle celle della gleba da farla sembrare marmorizzata.
Nel 1697 il botanico palermitano Polo Boccone lo fece conoscere con il nome “catatùnfuli” datogli dalle donne siciliane che lo usavano per tingere i panni. Qualcuno dice anche che la parte giovane sotto terra sia commestibile.
Io lo guardo!