Un paese che amo, il paese della mia mamma.Anche ora quando vado a RIPAFRATTA sono la figlia della "Cocca".
Un paese con una storia importante che conserva vestigia di grande rilievo.
Un paese rimasto inalterato nel tempo, non ci sono insediamenti nuovi, potrebbe essere il set di film d'epoca perché anche le case, le facciate conservano la patina del tempo.Un paese che è ancora comunità.
Zelensky è il simbolo della Resistenza ucraina e, oggi, della infragilita speranza di un’Europa ancora viva
Il 25 febbraio 2022, il giorno dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l'agenzia di stampa americana Associated Press pubblicò un articolo in cui veniva attribuita al presidente Zelensky una frase circolata subito : «La battaglia è qui. Mi servono munizioni, non un passaggio», riferendosi a una presunta offerta che gli era stata fatta dagli Stati Uniti per lasciare Kiev con l’aiuto americano.
Vera o non vera, è una frase nella quale c’è tutto Zelensky. «La battaglia è qui» non testimonia solo il coraggio di non disertare ma il senso storico del presidente ucraino: la Storia si fa «qui».
Non possiamo sapere se in quel preciso momento, udendo i colpi di mortaio dei soldati di Putin, Zelensky abbia intuito che la Storia e la sua persona tendevano a fondersi nell’ora più buia: quel che è certo è che fu una scelta irreversibile che oggettivamente fa di quest’uomo il simbolo della Resistenza ucraina. È un uomo amato. E molto odiato.
Non è neppure chiarissimo perché tanta gente semplice, anche qui in Italia, lo detesti. Molti non sopportano il fatto che quest’uomo semplice sia un grande protagonista. Eppure era stato un grande attore brillante, persino comico. Aveva fondato la casa di produzione “Kvartal 95” che ha prodotto diversi film, cartoni animati e serie tv tra cui il famoso “Servitore del popolo”, dove metteva in scena un capo di Stato onesto, capace di superare in astuzia antagonisti e detrattori, da lui impersonato.
La serie diventò un successo internazionale: vinse diversi premi, da quello del “WorldFest” di Houston al riconoscimento del “World Media Film Festival” di Amburgo.
Indossando la tuta mimetica o il maglione militare, il presidente ucraino si è mostrato sempre insieme ai suoi soldati e alla sua gente sotto assedio, oppure all’interno delle war room a Kiev affiancato da generali e collaboratori»: un “performer” che si fa statista. O come scrisse subito dopo l’invasione russa Giuliano Ferrara, «un Lenny Bruce della rivolta contro la prepotenza». Dunque, il grande comunicatore diventa Presidente. E a Mosca l’ex agente del Kgb Vladimir Putin, che già da anni ha messo l’Ucraina nel mirino, escogita e poi attua la famigerata “operazione speciale” per cacciare l’ex attore comico. Questi getta via gli abiti normali per la maglietta verde militare. È ancora il corpo che dice tutto. Il corpo del capo della Resistenza e insieme capo di Stato. Un Fidel Castro dei nostri tempi. Serve un coraggio inaudito.
Zelensky – scrive ancora Ferrara in quei giorni – è «uno che sa soffrire con dignità diremmo “laica”, anche perché è misteriosamente ebreo nelle sue fibre profonde. Usa le parole giuste per la sua ribellione al Golia che schiaccia il suo paese e il suo popolo». Con questo coraggio, ventiquattr’ore dopo l’invasione, il presidente si fa riprendere in un video memorabile per le strade a stento illuminate da una luce fioca della “Città”, come Bulgakov chiamava Kiev. «Siamo a Kiev, stiamo difendendo l’Ucraina», dice Zelensky, vestito con una tuta militare, circondato da altre quattro persone, anche loro in tenuta da combattimento.
Io sono qui, Vladimir. Vienimi a prendere.
E si farà vedere ancora, il capo partigiano, a Bucha, dopo il massacro di quella cittadina: «Abbiamo persone forti, gentili e dure a morire». Un bellissimo ossimoro, gentili e duri a morire. Dicono tutti che gli ucraini sono così.
Il popolo capisce. Si mette come un sol uomo dietro il presidente-capo. Osservò alla fine del terribile 2022 Nona Mikhelidze, responsabile di ricerca presso l’Istituto Affari Internazionali e fervida sostenitruce della causa ucraina: «Uno dei motivi per cui l’Ucraina non ha perso la guerra finora è la resilienza dei cittadini.
Zelensky rappresenta il popolo ucraino, né di più né di meno». L’identificazione tra il popolo e il suo capo è sempre uno degli elementi decisivi di ogni Resistenza, che è guerra appunto di popolo, non solo affare di militari. Solo un perfetto ignorante come Putin, non a caso imitato da un altro ignorante come Trump, può accusare il leader ucraino di essere un dittatore che non convoca le elezioni: le “elezioni” in questi tre anni, ci sono state ogni giorno, ogni minuto, sulle contrade e nei villaggi ucraini, combattendo.
Intanto il presidente comincia a girare il mondo come un matto per reclamare aiuti militari, questa sarà una costante per tutti questi tre anni. «Ci serve aiuto. Ogni arma è una vita umana salvata», dice a Mario Draghi, Emmanuel Macron e Olaf Scholz insieme in visita a garantirgli appoggio. Joe Biden è con lui. Senza tentennamenti. Anche se le armi arrivano sempre tardi. “Slava Ukraini” diventa una parola d’ordine globale. Zelensky non cede. È una guerra lunga, lunghissima, di movimento e di posizione insieme, militare e politica, persino psicologica. Per certi versi ricorda la Prima guerra mondiale, i combattimenti nel fango, corpo a corpo, villaggio per villaggio, cadaveri per le strade, bambini scalzi, vecchine che fanno un po’ di zuppa con quello che hanno, bombardamenti, controffensive, palazzi che crollano.
Più avanti le truppe ucraine riescono persino a sfondare in Russia, forse un’avanzata effimera, ma il nemico è forte seppure costretto a chiedere aiuto ai nordcoreani, nientemeno.
Ma mentre i giorni trascorrono in una sanguinosa incertezza, inevitabilmente il mondo libero si è progressivamente stancato di un conflitto in perenne stallo smarrendo il senso generale, planetario, della battaglia per la difesa dell’Ucraina, inconsciamente relegandola a guerra regionale o poco più: e c’è qui un forte elemento di irresponsabilità dei leader mondiali, chi più chi meno, nell’aver lasciato solo il capo della Resistenza Volodymir Zelensky davanti ai carrarmati di Putin come quel ragazzo nell’89 sulla piazza Tienanmen. E tuttavia l’Ucraina ha tenuto, e tiene, seppur sanguinante e destinata ad essere amputata.
Mentre si continua a combattere palmo a palmo come in Normandia nel ’44, Zelensky deve ora affrontare l’imprevedibile, il voltafaccia americano e l’obiettiva saldatura tra trumpismo e putinismo, saldatura che ricorda, come ha osservato correttamente il nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la prima intesa tra Hitler e Stalin ma che, se possibile, è ancora più dominata da un cinismo senza argini... Nella svolta epocale di questi giorni di cui parleranno i libri di storia chiedendosi come sia stato possibile che il Paese di Jefferson, di Roosevelt, di John Kennedy, sia potuto diventare il regno della cattiveria planetaria, Volodymir Zelensky sta ancora lì con la sua maglietta verde, capo della Resistenza non solo degli ucraini ma di tutti gli uomini liberi.