Un paese che amo, il paese della mia mamma.Anche ora quando vado a RIPAFRATTA sono la figlia della "Cocca".
Un paese con una storia importante che conserva vestigia di grande rilievo.
Un paese rimasto inalterato nel tempo, non ci sono insediamenti nuovi, potrebbe essere il set di film d'epoca perché anche le case, le facciate conservano la patina del tempo.Un paese che è ancora comunità.
London calling - Meloni in tilt tra Trump ed Europa, mentre l’Italia conta quanto il due di briscola
Domenica, a Londra, la premier dovrà prendere una posizione chiara sulla difesa ucraina ed europea. Fin qui la retorica confusa del governo si scontra con la risolutezza di Starmer, Macron, Merz e Tusk
Si avvicina il momento in cui Giorgia Meloni non potrà più giocare a nascondino ma mettere sul tavolo le sue carte, se ne ha. Quel momento sarà domenica a Londra per il vertice dei leader europei per fare il punto della situazione (ma già ieri c’è stata una chiamata per sentire dalla viva voce di Emmanuel Macron com’è andato l’incontro con Donald Trump) soprattutto in relazione alla questione che è diventata in questi giorni la principale: la presenza militare europea a protezione dell’Ucraina nell’auspicata tregua.
L’Europa ha capito che deve comunque predisporsi a fare qualcosa, anche è soprattutto nel caso in cui l’America trumpiana, che in fondo considera il dopoguerra in Ucraina un affare tutto europeo, si tirasse fuori (ieri Trump ha detto, testualmente, che l’Ucraina dovrà dimenticarsi della Nato). Friedrich Merz, il futuro Cancelliere tedesco, lo ha detto fuori dai denti: dovremo fare da soli. Keir Starmer ha annunciato un forte piano finanziario per la politica di difesa, mentre di Macron è nota la volontà di rafforzare la difesa europea.
Dunque i tre leader che nei fatti stanno guidando l’Europa nella sua opposizione al disimpegno cinico di Trump, cioè Starmer, Macron e Merz, più il polacco Donald Tusk che in questi mesi presiede il Consiglio dell’Ue, potrebbero mettere sul tavolo un nuovo meccanismo per la difesa europea, una sorta di Recovery Fund, insieme alla possibilità dell’invio di soldati sul suolo ucraino.Nella capitale inglese si capirà se questa è la direzione di marcia in vista del summit straordinario dei leader dell’Unione europea previsto per il 6 marzo.
Ebbene, a Londra Meloni che dirà? La posizione italiana non è chiusa all’invio di militari italiani, pur con i fortissimi mal di pancia dei leghisti, purché il tutto avvenga sotto l’egida dell’Onu (ma come la mettiamo con Russia e Cina?) e comunque sotto la supervisione americana. Meloni già sente il fiato sul collo di Matteo Salvini: «Un esercito guidato da Ursula Von Der Leyen dopo venti minuti dovrebbe ritirarsi», una battuta che non lascia presagire nulla di buono. Se ci dovesse essere un provvedimento parlamentare il governo rischierebbe.
Quella di Meloni e Tajani è una linea abbastanza contorta che come al solito cerca di salvare capre e cavoli, impresa ardua soprattutto se le distanze tra le due sponde dell’oceano dovessero ulteriormente allargarsi. Probabile che la presidente del Consiglio italiana traccheggerà il più possibile ma sembra difficile che, al dunque, vorrà mollare Trump accettando di inviare soldati italiani in un contesto tutto e solo europeo.
Roma sta perdendo le staffe, consapevole che l’idea di una sua leadership europea sta evaporando giorni dopo giorno: il famoso ponte sembra quello di Messina, non esiste. E il primo a innervosirsi, non è la prima volta, è il ministro della Difesa Guido Crosetto che si è scatenato contro il duo Starmer-Macron dicendo che «le truppe non si inviano come un fax». Un’irritazione che nasconde frustrazione. Quella che deriva dalla constatazione di contare di fronte a Starmer, Macron e Merz, quanto il due di briscola.