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Un paese che amo, il paese della mia mamma.Anche ora quando vado a RIPAFRATTA  sono la figlia della "Cocca".

Un paese con una storia importante che conserva vestigia di grande rilievo.

Un paese rimasto inalterato nel tempo, non ci sono insediamenti nuovi, potrebbe essere il set di film d'epoca perché  anche le case, le facciate conservano la patina del tempo.Un paese che è  ancora comunità.  

. . . mondo è paese. Ieri Marine Le Pen è stata .....
Volevo farlo poi però ho pensato che era meglio piantare .....
Vai a seminar patate così per la festa di maggio c'hai .....
Ci dicono che Putin e la Russia vogliono invadere l'Europa. .....
per pubblicare scrivere a: spaziodonnarubr@gmail.com
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Incontrati per caso...
di Valdo Mori
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di Angela Baldoni
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Pisa, 6 aprile
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Pisa
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Intervento di Mario Pereira alla Festa di Primavera
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Fiera di Primavera.
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Vaiano, 4 aprile
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passano gli anni
cambiano i volti belli
ma i tuoi occhi sono rimasti
quelli di allora
ed è nei tuoi occhi che vedo
l'amore che non è mutato

e .....
tutta la zona:
piscina ex albergo
tutto in stato di abbandono

zona SAN GIULIANO TERME
vergogna
CURIOCHITA'
di u.m. e Vari
La novella di "Poettino".

21/12/2010 - 0:26

mi perdoni Andrea se uso il tuo Vate per un articoletto su questa rubrica? ma... siamo compagni di banco!


GABRIELE D'ANNUNZIO E LA NOVELLA DI «POETTINO» 


Perchè un cavallo da corsa invece di chiamarlo «Volarapidi» o «Saettino» lo battezzano, per esempio, Raffaello o Tiziano?

I fogli delle corse sembrano adunate di spiriti immortali.

Così succede per le piccole imbarcazioni. Chi, qualche anno fa, avesse indugiato sulla cima del molo di Viareggio avrebbe visto sboccare una piccola barchetta tutta ristoppata, dipinta di giallo e di pece con sullo specchio di poppa, pitturato in nero, il nome: «Generale Giuseppe Garibaldi».

Il gozzo «Generale Giuseppe Garibaldi» era pilotato da un «invalido» del mare a cui, per la sua statura meschina, gli dicevano di soprannome «Sciocchezza».

Dunque «Sciocchezza», che era stato con Garibaldi, volle che il nome del suo generale sfidasse con lui il pelago infuriato.

Una barca di più gran dimensione si chiamò il «Dedalo» e s'ebbe anche un'«ode»: «E quando in vetta al maggior pino avrai spiegata, libera al vento libero, la bandiera italiana»; e vi sono barche che si chiamano «Cassandra» e «Icaro». 

 

Una venticinquina d'anni fa chi avesse indugiato sul pietrato del molo di Viareggio avrebbe veduto sboccare tutto invelato, un barchettino piccolo piccolo pitturato di bianco sul cui specchio di poppa era scritto il nome in nero: «Poettino».

Una mattina che il mare era placido, «eran l'acque del mare – tutte tranquille e chiare», il «Poettino» sboccò dal molo carico fino alle incinte di personalità; e c'era il sindaco d'allora comm. Cesare Riccioni, e c'era l'assessore cavalier Nelli, e c'era Oreste Molinelli, e al timone stava «Cecco di Pistellino», il costruttore del «Poettino».

Se quel guscio di noce si fosse capovolto la città sarebbe rimasta senza timone per qualche tempo, ma «Cecco di Pistellino» nautico faceva volare «Poettino» verso Motrone, governandolo con mano maestra. 

In quel tempo al vecchio Politeama recitava la prima Compagnia di Giovanni Grasso, con Mimì Aguglia, e Musco e Maiorana. Grasso era nella vigoria impetuosa. La Zolfara, La Cavalleria mandavano sottosopra la «piccionaia». Gli applausi spaccavano il teatro, coprivano, l'eterno battito del mare. Per la serata d'onore di Grasso, al seratante fu offerto un grande ritratto a sfumino con la dedica in siciliano che diceva: «La piccionaia sconosciuta che ti vuole tanto bene».

Il ritratto era di dimensione spettacolosa, e Grasso, furente d'entusiasmo, abbracciava gli offerenti, tra cui era l'autore. Grasso, chiamato da un subisso di applausi, fuori, voleva portar seco anche l'autore del ritratto; ma questo schermendosi, egli lo prese per la giubba, come un gatto si piglia per la pelliccia, e lo mostrò al pubblico in quello stato.

La «piccionaia», – il loggione, – offrì il dimani un banchetto a Grasso in pineta all'aperto, e lì l'attore raccontò come si decise a recitare la Morte Civile: «Passeggiavo un giorno alla periferia di Catania, nel luogo in cui vi è il Canile ove chiudono i cani randagi accalappiati dai chiappacani. Dovevano aver dato la cartuccia di stricnina a uno che sentivo guattire e guaire atrocemente. In alto c'era un finestrino ed io con l'ugna mi rampicai sul muro e infilai la testa nel finestrino; il cane agonizzava e mi guardò con gli occhi, così!» – e Grasso si mise a piangere come un ragazzo. – «Quando «muoio» nella Morte Civile penso sempre a quel cane. Domani sera venite tutti alla Figlia di Jorio». 

 

I personaggi stivati sul «Poettino» andavano verso la «Versiliana» per invitare Gabriele d'Annunzio alla rappresentazione della sua tragedia.

Il Poeta fu scorto dall'equipaggio del «Poettino» sul ponte di Motrone; dietro lui c'era tutto lo scenario delle Apuane e la Versilia, Corvara e Vallecchia, il Castello di Aghinolfi, e quello d'Ignoso. Le due ali infuocate di sabbia si stendevano una verso la Magra e l'altra verso il Serchio tra una catena di valli deliziose e di piccoli golfi.

Su quella duna il Poeta giura che, ritornando, riconoscerà lo stampo del suo tallone.Gabriele d'Annunzio si temprava al sole e la sua pelle era bronzata. Il «Poettino», attraccò alla palafitta del ponte di Motrone e su quel ponte il sindaco fece l'invito. Il Poeta fu colpito dalle minuscole proporzioni della barchetta e manifestò il desiderio di fare su quella una «bordeggiata». Sbarcato uno della comitiva, il Poeta salì a bordo e prese il timone e bordeggiò al largo.

Nella bordata scorse il nome «Poettino» che era scritto sotto il «prugaccino» e compitò «Poe-tti-no, Poettino....» e chiese schiarimenti sul nome della barca.

È una fola che le nostre donne raccontano ai ragazzi l'inverno nel canto del fuoco.– Narratemela.

Così «sull'onde del mare tutte tranquille e chiare» il più giovane della comitiva, Oreste Molinelli, raccontò al poeta la novella di Poettino, il quale una volta, spazzando la casa, trovò un centesimo, e cominciò a dire: «Se ci compro le noci, bisogna che tiri via il guscio; se ci compro le pesche, bisogna che tiri via la nocciola; se ci compro le ciliege, bisogna che tiri via il gambo». Poettino finì col comperarsi i fichi; poi, gettato via il gambo, avvenne il miracolo della pianta del fico nato carico di frutti in una notte, le insidie del «Mago» quando Poettino era sulla pianta a farsi una bella panciata di fichi, la vittoria del Mago che prende Poettino a un tranello e lo chiude in un sacco e la rivincita di Poettino che scappa dal sacco e lo riempie di sassi che, rovesciati dal Mago nella caldaia bollente, la spaccano ed egli si scotta e maledice e impreca.

 

– E cosa disse il Poeta quando tu avesti finito di raccontargli la novella?– Disse: «Poettino merita una laude».

– Avrà detto una lode, – ho obbiettato.–

No, no, disse proprio una laude.

Fonte: Lorenzo Viani: "Il cipresso e la vite"
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